il dono della spina
Più volte Rita aveva chiesto al Signore di esser messa a parte dei dolori da lui sofferti per noi. Un giorno, mentre rinnovava più ardentemente questa domanda davanti a una immagine del Crocifisso, da questo si staccò una spina dalla corona e andò a conficcarsi sulla fronte di Rita causandole una dolorosa e fetida piaga, che, rimarginatasi solo per darle la possibilità d'andare a Roma con le altre consorelle per lucrare il S. Giubileo nel 1450, l'accompagnò fino alla morte.
Rita, non solo la sopportò sempre pazientemente, ma l'amò come una gemma preziosa del suo Sposo divino. Quanto lontani dalla sua virtù siamo noi che al più piccolo sacrificio ci lamentiamo della bontà del Signore!
la rosa sbocciata e i fichi maturati in pieno inverno
Nel cuor dell'inverno del 1457, mentre Rita giaceva nel suo lettuccio estenuata di forze per le penitenze e il dolore della sua piaga, venne a visitarla una sua parente da Roccaporena. Avendole domandato se aveva bisogno di qualche cosa, Rita rispose che desiderava quell'unica rosa che era sbocciata nel piccolo giardino della sua casa. Si pensò che delirasse. Com'era infatti possibile che fiorisse una rosa in mezzo alla neve e al gelo? Tornò la donna a Roccaporena, e quale non fu la sua meraviglia quando, entrata per curiosità nell'orto di Rita, vide sul più alto stelo del roseto una rosa rubiconda, che spiccava bellamente tra il bianco lenzuolo che ricopriva il terreno! La colse con mano tremante dalla commozione e corse a deporla nelle mani dell'inferma, che, odoratala, ringraziò il Signore di questo conforto. Poi rivolta alla parente continuò: «Tu che sei stata così buona da portarmi la rosa, recami ora, te ne prego, quei fichi che Dio ha fatto maturare per me nel mio medesimo orto». Questa volta la donna non ebbe esitazione, corse al paese, entrò nell'orto, colse i due fichi prodigiosi e corse nuovamente al letto di Rita. Così, in mezzo alle pene, Dio, Padre amoroso, non nega ai suoi servi, preludio delle gioie eterne, anche qualche umano sollievo.
aureola di gloria
Appena si diffuse per Cascia e nei paesi vicini la notizia della morte di Rita, annunziata anche dal suono festoso delle campane prodigiosamente suonate, fu un accorrere continuo di persone di ogni ceto e condizione a venerare la salma, dalla quale si diffuse per tutto il monastero una fragranza di paradiso.
Rita appariva circonfusa di sovrumana bellezza e la piaga della sua fronte, cancrenosa e fetente, parve prendere la forma di un rilucente rubino.
Venne anche la parente, che le aveva portato la rosa e i fichi nel rigor dell'inverno, e il suo braccio paralizzato ritornò agile e sano appena ella nella foga dell'affetto cercò d'abbracciare quel corpo olezzante.
Quantunque esso si mantenesse intatto e flessibile, si dovette pensare a rinchiuderlo. «Se fossi libero, disse un falegname che si trovava in mezzo alla folla e che aveva le mani rattrappite, farei io volentieri la cassa». Non aveva terminato di pronunciare queste parole che le mani gli si aprirono ed egli pieno di riconoscenza si accinse subito all'opera.
Vedendo le attestazioni che della santità di Rita si facevano da Dio e dagli uomini, Urbano VIII nel 1627 la dichiarò Beata e concesse a tutta la diocesi Spoletina (che allora comprendeva anche quella di Norcia) e ai Religiosi e Religiose dell'Ordine di S. Agostino di celebrare in suo onore l'Ufficio e la Messa ai 22 di maggio.
Continuando e moltiplicandosi i miracoli operati da Dio per sua intercessione, il 24 maggio dell'anno 1900 (festa dell'Ascensione) Leone XIII, nella maestà del rito e nello splendore dell'apparato, alla presenza di Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, Abati e Superiori di Ordini, col suo infallibile oracolo la ascrisse nel catalogo dei santi, insieme a San Giovanni Battista de La Salle, chiamandola, nell'elogio che ne fece dopo il S. Vangelo, «decoro dell'Umbria». Tra la folla dei fedeli che stipava il maggior tempio della cristianità, la Basilica di S. Pietro, si trovavano in apposite tribune numerosi rappresentanti dell'Ordine Agostiniano e molti sacerdoti e fedeli di Spoleto e di Norcia.
Così si avverava un'altra volta la parola di Gesù Cristo: «chi si umilia sarà esaltato»; e avevano la loro conferma i due motti comuni: «Per aspera ad astra - Per crucem ad lucem» : attraverso le croci e le asprezze della vita si arriva alla luce del Cielo.


